A cosa serve scrivere

A cosa serve scrivere? – Episodio conclusivo

C’è una domanda che da qualche anno aleggia su questo blog e ogni tanto torna a farsi sentire. A cosa serve scrivere? Metabolizzati i primi due episodi, è arrivato il momento di chiudere la trilogia.

Il primo episodio ha illuminato la razionalità della scrittura.

Oggi non mi sento ispirato, non ce la faccio a scrivere. Quante volte, ogni singolo giorno, questa resa totale viene pronunciata a tutte le latitudini del globo? Eppure – 99 volte su 100 – non serve alcuna ispirazione per scrivere: è sufficiente mettere in ordine i pensieri che ti passano per la testa. In una sola parola: ragionare. Il puntatore intermittente e il foglio bianco di Word incutono paura? Colorare la scrittura di razionalità è la soluzione perfetta per sbarazzarsene definitivamente e vivere serenamente il proprio rapporto con le parole. 

Il secondo episodio ha raccontato l’emotività della scrittura.

Mia nipote Martina ha 6 anni e frequenta la prima elementare. Durante le vacanze di Natale mi ha mostrato con orgoglio sconfinato il suo quaderno di italiano: pagine intere di a, di b, di c, di d, di e così via fino alla z. Questa lettera mi riesce bene, questa qui devo ancora migliorare. Le brillavano gli occhi. Mi ha fatto ricordare cosa significa imparare a leggere e scrivere. Il mistero della conquista. Il fascino della conquista. La fatica della conquista. Riuscire a scrivere finalmente una parola e poi sentire quel flusso magico che dalla penna risale verso la mano, il braccio, il cuore, la mente. Ripartiamo da qui, da questa esperienza che troppo spesso diamo per scontata. Ripartiamo dalla penna, dal foglio, dal corsivo. 

Con questa conclusione andiamo back to basic, riprendendo un concetto già sfiorato nel secondo episodio: la scrittura come ancora di salvezza per la verità. In ogni ambito: comunicazione, letteratura, informazione, scienza e fede.

Certo, ci rendiamo conto che la verità è un tema troppo complesso per poter essere affrontato e compresso nei canonici tre paragrafi di un post. Tuttavia, questo spazio è sufficiente per lanciare una provocazione. La verità interessa ancora a qualcuno? Oppure è irrimediabilmente persa nella fiumara mediatica dei nostri giorni?

Si dice che le persone non leggono più. È così oppure si legge troppo e male? Si dice che sarà il fact checking a salvarci dalle fake news. Peccato che i professionisti che si dedicano a questo lavoro non siano sempre scevri di faziosità. Si dice che i brand devono prendere posizione sugli avvenimenti e sui cambiamenti della nostra epoca. E poi eccoci lì, pronti a crocifiggere il Marketing Manager che ha osato uscire dagli schemi.

Allora andiamo back to basic. La verità deve interessarci per forza perché è l’unica fonte di libertà, a patto che sia sempre inattaccabile e mai lontanamente fraintendibile. E per far sì che questo accada dobbiamo affidarci alla scrittura. Senza se e senza ma. Scrivere bene, infatti, ci permette di prendere posizione in questa lotta quotidiana. Ripartiamo da qui per irrobustire le radici della nostra autorevolezza. Perché se siamo d’accordo che scripta manent – oggi più che mai in questo web che niente perde e perdona – mettiamoci in testa che ogni volta che scriviamo stiamo definendo il  nostro ruolo e la nostra credibilità nel mondo. A pensarci bene è tutto quello che ci resta.

Nicola Fragnelli – Copywriter

Condividi

  • Facebook
  • Twitter
  • LinkedIn
  • Google Plus
  • Email
< torna indietro