Filippo Del Prete: un 'architetto' per gestire i sistemi informativi (INTERVISTA)

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Intervista a Filippo Del Prete a cura di Cristiano Carriero, redatta da Giulia Gabbarrini.

Ciao Filippo, innanzitutto ICT Architect sta per…

Traduciamo gli acronimi che sono sempre antipatici. Ict sta per Information and Communication Technology, mentre Architect sta per architetto che si occupa delle architetture che mettono in gioco le componenti tecnologiche e di comunicazione di una qualunque azienda o struttura. Architect perché oggi la complessità dei sistemi informativi a supporto di qualunque business è tale per cui questi sistemi devono sempre più parlare tra loro e integrarsi con altri strumenti, non solo all’interno dell’azienda, ma sempre di più fuori.

Pensiamo all’integrazione di certi applicativi ad esempio delle risorse umane con i social network; oggi per un’azienda che gestisce curriculum aziendali, una funzione importa da Linkedin, è quasi scontata. In questo caso è quindi necessario…

prevedere dei flussi dati che pescano dalle reti sociali (Linkedin nel  caso) e li importano nell’azienda. Quando si tratta di mettere insieme e far colloquiare sistemi diversi tra loro, si parla di architettura di sistema e di qualcuno che la disegna e la progetta, quindi l’architetto.

Quanto ti fa arrabbiare quando dicono ITC?

Ma…niente perché tutto quello che è acronimo si presta ad essere interpretato, basta poi specificarlo.

Quindi che ci fa un ICT Architect dentro un’agenzia di comunicazione?

È più corretto cosa prova a fare. Se pensiamo all’evoluzione degli ultimi vent’anni delle agenzie di comunicazione, il passaggio dalla carta all’elettronica è stato quasi obbligato dal mondo esterno e questo passaggio porta dietro una serie di competenze nei vari strumenti tecnologici che anche un’agenzia di comunicazione usa nelle soluzioni software che propone all’esterno. Soluzioni che sono diventate via via sempre più complesse e non sempre mettono in gioco un unico strumento, ma di una molteplicità di canali e di strumenti che devono essere orchestrati, coordinati e tenuti insieme. Quindi credo che la figura che propongo ogni giorno all’agenzia, possa avere un ruolo importante proprio per cercare di portare avanti progetti di comunicazione che fanno uso di tecnologie nel miglior modo possibile.

Con che tipo di aziende hai collaborato e collabori attualmente?

Sono in contatto professionalmente con una serie di aziende del territorio come Garofoli che produce porte, Pieralisi di Jesi che produce macchine industriali, il Gruppo Elica, il Gruppo Guzzini, insomma tutte aziende importanti e non ultimo il Gruppo Apra con cui svolgo quest’attività di ICT Architect.

Di chi è stata l’idea di portarti dentro l’agenzia?

I rapporti con l’agenzia sono abbastanza informali, d’amicizia. Con Fabrizio Candi ci si conosceva già da tempo quindi è stato quasi un passaggio naturale, non c’è stata un’investitura formale. Col tempo, conoscendoci e sfruttando quelle che sono le mie competenze, faccio quello che è più consono a quello che è la mia attitudine.

Invece parliamo di Hdomo.

Hdomo è iniziato un po’ in sordina anche se si percepiva già dall’inizio l’importanza del progetto che vedeva 17 aziende diverse e 2 centri di ricerca collaborare insieme per un progetto nell’ambito della domotica, che si concluderà a Febbraio 2015. La ricaduta più importante di questo progetto non è stata solo nell’ambito tecnologico, ma nell’aver costruito una rete di relazioni importanti, tant’è che con alcune di queste aziende si è deciso di non lasciar finire il progetto Hdomo con la fine del progetto stesso, ma di costituire un nuovo soggetto operante nel mercato del business, una nuova rete d’imprese che portasse avanti ancora i risultati parziali che il progetto Hdomo ha conseguito.

Quindi possiamo parlare di un lavoro di networking?

Si, perché questa rete ha l’apprezzamento e il sostegno di soggetti pubblici come la Regione che è stata una dei finanziatori del progetto e come l’Università che non danno solo un sostegno morale, ma fattivo perché sono coinvolti direttamente insieme a noi.  Oggi sappiamo tutti quali sono i problemi della finanza regionale, quasi tutte le Regioni hanno l’80% della spesa determinato dalla spesa sanitaria, questa è la realtà. Sappiamo quanto costa una giornata d’ospedale, quindi è chiaro che se invece di portare l’ammalato in ospedale, si riuscisse a fornirgli le prime cure ma anche una serie di servizi nella sua abitazione, questo non solo è a vantaggio dell’assistito che si trova nell’ambiente familiare della sua casa, ma va pure nella direzione di un forte abbattimento di costi. Quindi il settore della domotica è un settore dove vedremo muoversi tantissimi interessi dal punto di vista economico e di business. Per questo l’Apra ha deciso saggiamente di spingersi in modo strutturato e importante per perseguire anche questo tipo di business.

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Parliamo ora di social commerce. Se fossi un’azienda che vuole farlo, cosa mi consiglieresti?

Intanto partiamo dall’e-commerce, poi ci aggiungiamo il social. Diciamo che c’è un fenomeno in tutta Italia di crescita nel discorso e-commerce, perché partivamo da una situazione di arretratezza nel senso positivo, non nel senso che siamo arretrati tecnologicamente. La scarsa diffusione dell’e-commerce nel nostro paese è dovuta anche alla morfologia del nostro paese, infatti tutti noi abbiamo un centro commerciale a pochissimi Km se non metri da casa mentre in America non è così perché chi abita in una cittadina del Kansas deve fare un viaggio per andare al supermercato. Quindi questo ha fatto un po’ da tappo alla diffusione dell’e-commerce in Italia. Pensiamo anche che negli Stati Uniti, ancor prima dell’e-commerce, proprio per questi motivi, c’era l’abitudine a comprare sui cataloghi tipo Postal Market che in Italia non ha mai attecchito, se non per guardare le donnine in vestaglia.

Quali altre barriere ci sono in Italia per lo sviluppo dell’e-commerce?

Sicuramente la poca adozione della carta di credito, quindi la poca propensione a forme di pagamento diverse dai contanti. Anche se adesso l’Italia sta crescendo anno dopo anno a doppia cifra sul mondo dell’e-commerce. I primi che hanno padroneggiato, come sempre, sono stati i settori del viaggio, della musica, dell’elettronica ma via via anche settori meno propensi a questo tipo di vendita si stanno affacciando all’e-commerce. Un altro fattore su cui prestare attenzione è che nel momento di crisi che stiamo attraversando, ovviamente si cerca di vendere di più e ciò significa rafforzare la propria rete commerciale, provare ad andare all’estero (sono tanti casi di aziende di successo che stanno portando il nostro made in Italy all’estero) ma significa anche provare un canale diverso che sarebbe appunto quello del commercio elettronico.

Quindi molti fanno questo tentativo: siccome non riesco a vendere, allora mi metto sull’e-commerce. Questo però spesso nasconde delle insidie che si tendono a sottovalutare. Se uno dovesse aprire un centro commerciale sulla sua città, sa che è un investimento importante visto che parliamo di qualche decina di migliaia di euro per l’affitto del negozio, le spese, la luce, il magazzino, la comunicazione che devo fare per portare la gente in negozio. Ecco, c’è l’idea invece che siccome l’e-commerce sta su internet e internet lo associamo tutti al mondo del gratuito, allora l’e-commerce non costa nulla. È così che si vedono fallire tutti i più bei progetti di e-commerce. Così qualche migliaia d’euro date al ragazzino volenteroso o amico che si propone come esperto di e-commerce, sono tipicamente soldi buttati via. Occorrono invece preparazione, tecnica, saper comunicare e individuare i target giusti. Occorre fare addirittura di più di quello che si farebbe con l’apertura di un negozio fisico.

Quando un e-commerce diventa social?

Diventa social perché se a parlare del prodotto non è l’azienda che lo produce, ma è colui che ha conosciuto i pregi di quel prodotto e ne è contento, felice e magari anche entusiasta, è questa persona che direttamente racconta ciò ai suoi amici. Quando si riesce ad innescare questo meccanismo, sicuramente il brand e quindi il prodotto avrà un successo maggiore. Per far accadere ciò, non basta regalare il prodotto al personaggio famoso, fargli due foto e pubblicarlo sul giornale, ma va curata con molta attenzione la comunicazione sulle reti sociali dove i miei acquirenti vanno e parlano del prodotto. Fare questa attività significa curare l’aspetto social dell’e-commerce che è assolutamente rilevante. Non ultimo i vari social, Facebook per primo ma anche Twitter…

Ecco appunto Twitter, in Italia ancora non riesce a decollare…

In Italia si sta diffondendo con un po’ più di fatica, ma si sta diffondendo con l’obiettivo di arrivare ai numeretti della nostra carta di credito, come tutte le aziende che si propongono gratuitamente sulla rete. Una volta che Twitter ha la nostra carta di credito, se tra un tweet e l’altro ci apparisse un breve tweet “se t’interessa l’ultimo cd dell’artista…fai click qui”, la tua carta di credito ce l’ha e lo scarichiamo per ascoltarlo su un device. Questo vale per tutti quei prodotti che sono facili da acquistare e che hanno un processo d’acquisto semplice. Tutti i social stanno andando nella stessa direzione anche se non ce ne stiamo accorgendo. Molti si ritroveranno a fare acquisti nel posto in cui vivono socialmente quindi Facebook, Twitter, etc.

Concludo con una provocazione. Sto leggendo un libro che si chiama “Rete padrona” di Federico Rampini che dice che da un’ipotesi del New York Times, nel 2040 vivremo nell’epoca post monetaria, cioè la gente al supermercato non dovrà più tirar fuori i soldi, ma tramite lo smartphone effettuerà tutti i pagamenti, probabilmente anche senza avere carta di credito. Cosa ne pensi?

Penso che il 2040 sia stato pessimisticamente spostato troppo in avanti perché cose come Bitcoin o Litecoin che si chiamano cryptocurrency quindi monete virtuali, esistono già e sono già utilizzate ovviamente da una minoranza. Però la tecnologia è pronta e la rivoluzione che possono portare queste cryptocurrency  è probabilmente la stessa che ha portato l’introduzione della carta moneta nei primi secoli del medioevo, quando dal baratto si è passati al denaro. Addirittura qualcuno ipotizza che anche la banca può venir meno ai soldi. È chiaro che ciò può spaventare, però di sicuro cambierà molto il sistema del denaro così come ce lo abbiamo in testa. È vero che la carta di credito è virtuale, ma comunque prevede sempre che dietro ci sia una banca che scambia denaro con la banca centrale del suo blocco economico d’appartenenza. Con la cryptocurrency la moneta non sta più da nessuna parte, ma sta sulla rete. Il mio portafoglio è criptato e quindi accessibile solo a me; la moneta in realtà non sta neanche in nessun pc, ma è distribuita in milioni di pc che fanno parte della rete.

Quindi la rete diventerà un soggetto nuovo, diverso, un’entità a sé, dove anche la valuta e le monete avranno una nuova modalità di gestione e una concezione ben distante da quello che siamo abituati a pensare oggi. Quindi credo che questa previsione sia da anticipare a molto prima del 2040.

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