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La tecnologia di Ritorno al Futuro contro la realtà odierna: come vanno le cose, McFly?

Correva l’anno 2015, anche se in realtà era il 1985. La mia generazione cresceva tra film ispirati alla guerra fredda e propagande per la libertà made in USA contro il perfido regime sovietico. Così ci raccontavano in Rocky IV, ad esempio. Gli americani esportavano democrazia, innovazione e tecnologia. Gli extraterrestri come ET atterravano lì, mentre quelli che capitavano da noi se la facevano con Bud Spencer e mangiavano fagioli. La mia generazione impazziva per Martin Seamus McFly, il protagonista di Ritorno al Futuro e per Emmet Doc McBrown, inventore di una macchina che l’avrebbe portato avanti e indietro nel tempo. Ho visto la trilogia almeno 10 volte, ma mai fino a ieri avevo sentito la necessità di andare a fondo sulla visione del futuro di Robert Zemeckis, regista del film.

Il 2015 è tra un anno: quante delle invenzioni descritte da Zemeckis sono entrate a far parte della nostra quotidianità? E cosa invece non era minimamente ipotizzabile 30 anni fa, e suona ancora più innovativo, ad esempio, di una macchina volante? “Strade, dove stiamo andando non c’è bisogno di strade” dice Doc a Martin all’inizio del film. Benvenuti nel 2015 ragazzi, se siete diretti sulla Salerno – Reggio Calabria vi assicuro che non siete nel 1985. In ogni caso sono anni che conservo bucce di banana, ancora 365 e il generatore di fusione sarà mio. Intanto macchine volanti non se ne vedono, monopattini ad aria compressa meno che mai. Anzi, che fine hanno fatto gli skate? Ricordo ancora il picco di vendite di skateboard negli anni immediatamente successivi alle prodezze di McFly. Io, che ho sempre preferito i pattini.

Con grande fiducia nel futuro Zemeckis immaginava generatori di fusione a bucce di banana. Credeva che i rifiuti sarebbero diventati i più importanti generatori di energia e carburante, ma nonostante gli studi avviati e i numerosi tentativi andiamo ancora a benzina e facciamo ancora guerre per questo derivato. In compenso comunichiamo attraverso avveniristici Social Network che mai e poi mai McFly avrebbe potuto utilizzare per parlare con i suoi amici. Per sapere l’indirizzo di casa dei suoi, Maritn, deve entrare in un bar e chiedere informazioni, non digitare su una tastiera il nome e cognome di George McFly o attivare un’applicazione chiamata…Maps. I cattivi non sono più i libici, all’epoca vera e propria canaglia degli Stati Uniti, rei di rubare il plutonio necessario per far funzionare il flusso canalizzatore, ma personaggi di dubbia provenienza che inviano video girati con gli smartphone in improbabili caverne dove non prenderebbe nemmeno il telegrafo, figurarsi l’upload di Youtube.

Tutto sommato il nostro futuro appare molto più avveniristico e al tempo stesso preoccupante di quello di McFly. Per Zemeckis non avrebbero dovuto esserci più avvocati e le pratiche legali sarebbero state sbrigate nel giro di una giornata. Le pizze surgelate sarebbero uscite dal forno nel giro di 1 minuto e avremmo comunicato attraverso ricetrasmittenti di altissima qualità sonora. Nella scena in cui viene licenziato George, il padre di Martin, si va molto vicini alla modalità di videoconference che ci offrono, oggi, strumenti come Skype e Google Plus Hangout. Peccato che poi lo stesso George (che indossa due cravatte, moda che speriamo non arrivi mai né negli USA né in Italia) venga liquidato dalla sua Società, in mano ai tecnologici e spietati giapponesi, con un fax. Moderno,  ma pur sempre un fax. Altro che Mail, WhatsApp, Twitter e posta certificata.

Insomma, abbiamo fatto passi da gigante mettendo da parte il sogno di volare con le macchine in favore di una comunicazione istantanea, di un mondo iperconnesso dove persino Martin McFly farebbe fatica. Già un sms gli sarebbe apparsa un’incredibile innovazione, figurarsi un tweet. In compenso Zemeckis non aveva immaginato nemmeno una generazione di rincoglioniti che si fotografano in ogni circostanza, che osservano un tramonto attraverso uno schermo retina e che anche prima di mangiare scattano una foto del piatto che hanno ordinato. Non esiste, nel suo 2015 la parola selfie, la tecnologia immaginata è un’innovazione che aggiunge valore, non una tecnologia che riempie vuoti e solitudini. Niente smartphone, niente tablet, niente schermi curvi e Google Glass. I bambini di Ritorno al Futuro giocano con giocattoli super innovativi, ma pur sempre giocattoli restano.

Chissà cosa si aspettava davvero la nostra generazione guardando e riguardando quel film. Se sognava macchine volanti e walkman di ultimissima generazione per ascoltare la musica. Di certo eravamo una generazione in grado di sognare, una generazione che mai e poi mai avrebbe sostituito il piacere di una chiacchierata con un amico o di una partita di pallone (nel caso di McFly di basket) con un pomeriggio passato in chat con chissà chi. Io non so cosa vi aspettavate voi dal futuro, quali progressi tecnologici sognavate, ma di una cosa sono certo: il noto brand sportivo che vestiva Michael j: Fox aveva capito tutto. Non per niente, oggi 2014 quasi 2015, indosso le sue stesse scarpe da tennis. Almeno sul marketing, Zemeckis, ci aveva visto lungo davvero.

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